VENEZIA – Quanto è accaduto in Consiglio regionale durante la discussione della legge sulla costituzione del fondo per la non autosufficienza merita una riflessione perché si è trattato di una non decisione nella quale si intrecciano una serie di manovre politiche che riguardano scenari che nulla hanno a che vedere con i disabili.
Come è noto l’articolo 2 comma 3 della proposta di legge prevedeva che per accedere al Fondo si dovesse essere nati in Veneto o esservi residenti da almeno 5 anni. Contro questa norma, dopo un lungo dibattito, si erano espresse tutte le forze politiche e sembrava che il problema fosse superato. E’ arrivato però in aula un emendamento che modificava l’art. 2, faceva sparire il comma 3 e proponeva il seguente contenuto «i requisiti e le modalità per accedere al fondo saranno stabiliti dalla Giunta regionale». Premesso che è l’unica legge che io ricordi che non specifica i destinatari delle norme ma il fatto che debbano esistere dei «requisiti» significa che non tutti i disabili potranno accedere ai benefici della legge ma solo coloro che rientreranno nei «requisiti». Premesso che non deve esistere una discriminazione tra disabili è importante cogliere il perché di una decisione di questo genere che sottrae al Consiglio regionale una sua prerogativa che, solitamente, viene rivendicata con forza. Questo rinviare alla Giunta potrebbe avere come scopo quello di sottrarre al dibattito consiliare la decisione visto che l’orientamento ampiamente maggioritario dell’assemblea è quello contrario alla discriminazione. E su questo punto scrivo adesso un po’ di fantapolitica secondo la quale l’opposizione potrebbe avere un interesse elettorale che la maggioranza, della quale la Giunta è esclusiva espressione, assuma una decisione impopolare e discriminatoria perché condizionata da una sua componente. Nella maggioranza questa decisione «pilatesca» potrebbe aver risposto a più interessi: c’è chi non è dispiaciuto di aver servito alla Giunta ed al suo Presidente una patata bollente, c’è chi è contento di aver tolto da un imbarazzo il «potente alleato» e quindi si ritiene creditore di un po’ di benevolenza e c’è poi il «potente alleato» che, fatti due conti, ritiene che la Giunta che applicherà la legge non sarà questa ma quella che uscirà dalle prossime elezioni (dove coltiva un certo progetto…). Finito il paragrafo della «fantapolitica» e tornando alla realtà io ho votato (in difformità dal mio gruppo consiliare) a favore dell’emendamento che toglieva la parola «requisiti» perché non vanno discriminati i disabili. L’articolo è stato approvato comunque ma questo non allenta l’attenzione e l’impegno che in tanti abbiamo su questa legge e sulla sua applicazione perché nessun voto, nessuna legge e nessun partito può far tornare indietro la civiltà.
Leonardo Padrin
Fonte: il mattino di Padova
Segnalato da disalblog.it
25/11/2009
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