Dialogo su disabilità e fede

Dialogo su disabilità e fede

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 «Come si può fare la volontà di Dio – scrive Tonino Urgesi -, se non dando a chiunque dignità e possibilità di vivere la propria vita e i propri desideri?». «In nessuno degli incontri di Gesù raccontati nei Vangeli – risponde Ernesto Diaco, responsabile dell’Ufficio Nazionale per l’Educazione, la Scuola e l’Università della Conferenza Episcopale Italiana – altro non si può cogliere se non il desiderio di bene totale per ogni persona, al di là dello stato in cui si trova». Sono due tra i passaggi principali di questo dialogo su disabilità e fede, che proponiamo ai Lettori

La disabilità non c’entra nulla con la volontà di Dio
di Tonino Urgesi – Persona con disabilitàesperto di disabilità e diversità

Vorrei questa volta trattare una tematica molto delicata e controversa per molti, quale quella del rapporto tra disabilità e fede. Abbracciando l’ampiezza del discorso, mi sento ancora una volta di affrontare passo dopo passo l’argomento, per tentare ulteriormente di formulare quella mia “nuova pedagogia della disabilità”, di cui ho già scritto più volte su queste pagine, anche attraverso un discorso religioso. In tal senso vorrei analizzare in questa sede, per quanto mi sarà possibile, la cultura occidentale, prediligendo quella cristiana cattolica.

Mi si perdoni, ma parto da un mio aneddoto personale. Quando ero giovane, un prete mi si avvicinò e dopo avermi benedetto mi disse: «Tu sei fortunato perché ti trovi in carrozzina, se ti trovi in carrozzina è perché Dio ti ama». Proviamo ad analizzare questa frase, sempre che si possa analizzare una frase tanto crudele detta a un ragazzino, anche se quelle parole mi aiutarono a farmi delle domande. Quel sacerdote, secondo me, stava in realtà “bestemmiando” e colpevolizzando non me, ma bensì il suo stesso Dio, a causa del quale veniva castigata tutta una vita.

Molte volte le persone pronunciano frasi di circostanza, scontate, dette senza pensare all’“eresia” che si cela dietro a certe parole. Se infatti dovesse essere vera la teoria che l’essere umano è stato creato a immagine e somiglianza di Dio, allora dovrei chiedermi : dove sta la “disabilità di Dio”? Se Dio è a mia somiglianza, allora anche Dio è disabile? Chiaramente non lo credo, ma in ogni caso torniamo alla frase di quel sacerdote: se Dio non è disabile, perché vuole creare un uomo, un ragazzino disabile, con tutto ciò che comporta e comporterà la sua disabilità?
Anche qui proviamo a spiegare il vituperio di quell’uomo: non credo che la “cattiveria di Dio” stia nel punire un essere umano appena nato facendolo vivere una vita di disabilità, e tanto meno credo nel dolore divino. Siccome l’uomo non è in grado di spiegare il dolore, in quanto uomo ha bisogno di trovare un capro espiatorio e, non trovandolo, “accusa” Dio. Nemmeno questo atteggiamento trovo sia condivisibile. Proviamo quindi a cercare un’altra spiegazione al dolore e alla disabilità.

Per farmi coraggio nel mio essere disabile mi sono spesso sentito rivolgere dalle persone questa frase biblica che mi ha sempre irritato: «Prenda la sua croce e mi segua» (Matteo 16:24); come a voler sottintendere che la mia condizione fisica fosse “una croce”. Ma dopo una lunga riflessione e una lettura approfondita di quanto scritto dal biblista padre Alberto Maggi, sono giunto a una mia riflessione.
Provo innanzitutto ad affrontare una dissertazione su questa frase, partendo dal verbo prendere. Qualcuno prende qualcosa che non ha, non che possiede già; altrimenti la frase avrebbe dovuto essere «continui a portare la sua croce e mi segua». Invece no! Qui, in questa frase c’è una richiesta, un’azione volontaria da compiere. L’individuo, l’umanità, deve prendere con il suo libero arbitrio quella croce che non è imposta; quindi non può essere la sofferenza e non può essere una condizione disabilizzante che nessuno ha scelto.
Allora per chi crede e ha fede, l’ottica del ragionamento dovrebbe avere un’altra visione: non è più predestinazione alla disabilità o al dolore, piuttosto un fattore contingente dell’esistenza.

Possiamo leggere nel libro della Genesi un Dio che promette ad Abramo un figlio. Questa è una promessa che Dio fa a tutta la generazione di Abramo, ma quando quel figlio eletto diventa il fanciullo Isacco, Dio chiede ad Abramo di offrirlo in olocausto, come possiamo trovare nei versetti 22, 1-12 della stessa Genesi.
Perché chiede tanto? Perché un Dio deve dare e poi togliere? Sembra la richiesta di un “Dio folle”. Ma in questa lettura non ci dobbiamo focalizzare solo sulla voce di Dio, bensì su quella di Abramo, sulla follia dell’umanità, anziché su quella di Dio.
Tutte le voci che sentiamo dentro di noi stessi sono voci dell’interiorità, emozioni, stati d’animo, ma non la voce di Dio. Abramo aveva bisogno di ringraziare Dio per suo figlio, sentendo la necessità di sacrificarlo a Lui, ma capisce in un istante che stava ammazzando proprio la vita che Dio gli aveva promesso.

Detto ciò, possiamo intuire che la disabilità non c’entra nulla con la volontà di Dio, ma è solo una condizione da vivere, dando la possibilità di farlo con dignità e realizzando una società con una nuova cultura che sappia rimettere al proprio centro i bisogni e le necessità di ogni essere umano.
Provo ancora a sostenere la mia tesi tentando nuovamente di lacerare questo velo religioso vecchio e nefasto, analizzando un ulteriore passo del Vangelo. Gesù incontra il cieco dalla nascita (Giovanni 9, 1-41): «Passando vide un uomo, che era cieco fin dalla nascita. I suoi discepoli lo interrogarono, dicendo: “Maestro, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”. Gesù rispose: “Né lui ha peccato, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano manifestate in lui”».
Facciamoci allora un’altra domanda: quali sono le manifestazioni del Padre di Gesù, se non è nient’altro che la giustizia dell’intera umanità? Questo lo dice Gesù nell’Orto del Getsemani (Matteo 26:42), quando dice: «Padre sia fatta la tua volontà».
Come si può fare, dunque, la volontà di Dio in questo mondo, se non dando a chiunque dignità e possibilità di vivere la propria vita e i propri desideri? Ecco, forse ora siamo in grado di trovare una risposta a quel nostro cieco dalla nascita: noi dovremmo essere voce e vista per quel cieco, noi dovremo togliere dalle periferie delle città ogni persona con disabilità e ogni uomo, noi dovremmo riempire i vuoti dell’esistenza dell’altro che si relaziona con noi. Ma non lo stiamo facendo.

Proviamo ad affrontare ancora un altro passo del Vangelo, questa volta l’episodio del paralitico (Marco 2, 1-12). Qui troviamo quattro uomini che portano il paralitico allettato davanti a Gesù, in una casa attorniata dalla folla. I quattro decidono quindi di fare scendere il lettuccio dal tetto, Gesù compie il miracolo e il paralitico inizia a camminare.
Se vogliamo leggerlo con superficialità, questo è un “bel miracolo”, ma io non lo considero tale: qui non è il paralitico che vuole andare da Gesù, ma i quattro uomini a lui vicino. Sono loro che si spaccano la schiena per portarlo fin là, poi sul tetto e poi fin dentro casa, mentre il paralitico non chiede nulla e tutta la fatica è dei quattro uomini.
La società deve cambiare, se vogliamo che una “nuova pedagogia” cambi l’attitudine che dilaga; è importante l’incontro che c’è in questo passo. Sono solo i quattro che fanno veramente il miracolo, portando la persona con disabilità a una nuova vita, la stessa che lo fa diventare “altro”.
Vero è che Gesù, dopo avere fatto alzare il paralitico dal lettino, gli dice: «Non dimenticare il tuo lettuccio». Credo che dietro a questa affermazione ci sia questo: una volta che tu sei “altro” in questa società, non devi dimenticare chi eri, non devi dimenticare la condizione che stavi vivendo e a tua volta devi tentare di far diventare “altro” gli individui con cui ti relazioni.
Quindi possiamo trovare anche in questa lettura di Marco uno spunto pedagogico di una nuova etica della disabilità: la persona con disabilità diventi attiva in questo insegnamento, e non sempre soltanto passiva.

Come ultimo suggerimento di riflessione, vorrei esaminare l’episodio evangelico definito del “buon Samaritano” (Luca 10, 30-35) che la maggior parte di noi conosce. «Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico, e si imbatté nei briganti che lo spogliarono, lo ferirono e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso un sacerdote scendeva per quella stessa strada, ma quando lo vide, passò oltre dal lato opposto. Così pure un Levita, giunto in quel luogo, lo vide, ma passò oltre dal lato opposto. Ma un Samaritano, che era in viaggio, giunse presso di lui e, vedendolo, ne ebbe pietà; avvicinatosi, fasciò le sue piaghe versandovi sopra olio e vino, poi lo mise sulla propria cavalcatura, lo condusse a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno dopo, prese due denari, li diede all’oste e gli disse: “Prenditi cura di lui; e tutto ciò che spenderai di più, te lo rimborserò al mio ritorno”».
Proviamo ad attualizzare anche questa lettura. Oggi quel malcapitato potrebbe essere una persona con disabilità alla quale non sono riconosciuti i propri diritti, costretta a rinunciare a una cerchia di relazioni anche affettive o sessuali. La capacità di quel Samaritano è stata nel saper guardare il malcapitato vivendo pienamente la compassione, nel vero senso etimologico. Patire-con, infatti, è il mettersi nei panni dell’altro, vivere la disabilità della società; è questa, se vogliamo, la grandezza di un Dio, se vogliamo credere in Dio. Non bisogna aspettarsi, né augurarsi nulla: non c’è niente dopo, c’è un tutto adesso, un adesso che intendo vivere e che ho il diritto di vivere.

Per concludere mi permetto di constatare che il linguaggio del Vangelo non è solo al futuro, ma piuttosto al presente, è un “qui-ora” ed è un “qui-adesso”. Non voglio quindi “colpevolizzare” nessuno per la mia disabilità, tanto meno rendere “colpevole” un Dio.

Anche la disabilità può avere un “per chi”?
di Ernesto Diaco – Responsabile dell’Ufficio Nazionale per l’Educazione, la Scuola e l’Università della CEI (Conferenza Episcopale Italiana)

Tonino Urgesi mi ha chiesto una mia considerazione, rispetto a questo suo contributo su Disabilità e fede, e così mi lascio provocare dalle sue riflessioni, schiette e profonde come sa fare sempre lui.
Il primo elemento su cui mi ritrovo è la necessità di misurare – e correggere – il linguaggio comune. Gli esempi da cui prende avvio Urgesi mostrano infatti delle comprensioni inadeguate e, anche quando le parole sono mosse in buona fede dal desiderio di offrire una consolazione, in realtà possono fare molto male.

Non sono un biblista, ma «prendere la propria croce», se lo leggiamo in riferimento a quella di Gesù, mi sembra piuttosto simile ad «accettare di morire» per Dio e il Vangelo.
Questo è il cuore del discorso: cosa sono disposto a fare per Lui? Nel testo infatti è collegato al «rinnegare se stesso», il che rimanda a tutt’altro dalla sofferenza o dalla menomazione fisica, bensì al mettere la volontà d’amore di Dio al primo posto. Mi verrebbe da dire che «prenda la sua croce» e «mi segua» non sono due azioni consecutive, ma sono la stessa azione: prendere la croce vuol dire seguire Gesù. Fare il suo stesso cammino, con i suoi stessi pensieri e sentimenti, sapendo che ci chiederà tutto.

Certo che la disabilità, fisica o psichica, è un fattore contingente, nascosto nel mistero dell’imperfezione di una creazione che attende con impazienza e travaglio di nascere alla libertà vera e piena di se stessa. Davvero non si può cogliere in nessuno degli incontri di Gesù raccontati nei Vangeli altro se non il desiderio di bene totale di ogni persona, un bene che non è precluso a priori a nessuno, qualunque sia lo stato in cui si trova.
Come scrive Tonino Urgesi, «la disabilità non c’entra nulla con la volontà di Dio» e, allo stesso tempo, tutto c’entra con la volontà di Dio. Non perché Lui sia l’artigiano a cui non può essere sfuggito niente di ciò che esce dalle sue mani, ma perché ogni aspetto della nostra vita è da lui conosciuto, amato, liberato, nella fede.

Guardando ancora a Gesù, tutto questo si combina perfettamente con l’impegno per «togliere dalle periferie delle città ogni persona con disabilità e ogni uomo». Annunciare il vangelo della misericordia e reagire contro ogni ingiustizia ed esclusione non sono mai disgiunte. È l’aspetto su cui si concentrano le maggiori accuse al cristianesimo, da entrambi i fronti: di essere cioè una religione che spinge a guardare il Cielo dimenticando la terra o, all’opposto, di concentrarsi sull’azione sociale, dimenticando il cibo spirituale di cui ogni uomo è altrettanto affamato: la speranza. Una separazione che noi, nella nostra piccolezza, facciamo, ma di cui non si può certo accusare Gesù. Tutto si tiene: fede, carità, speranza. altrimenti sì che è “eresia”, ossia scelta di una parte contro il tutto.

Un’ultima osservazione la riservo alla guarigione del paralitico calato col lettuccio dal tetto scoperchiato. Urgesi vuole concludere il commento dicendo: una volta che sei “altro” nella società, non devi dimenticare chi attende di raggiungere la stessa meta. Ne parla quasi come di una missione.
Mi ha fatto venire in mente un’espressione usata alcune volte da Papa Francesco: il passaggio dal “perché” al “per chi”. Non si può smettere di chiedersi il “perché” di tante cose di noi stessi e della realtà, lo stesso “perché” della disabilità. Ma si può dedicare lo stesso impegno anche al “per chi” della mia vita, nella condizione in cui sono. “Per chi” sono io? Anche la disabilità può avere un “per chi”? Può essere un punto di partenza che apre ad altro, “rinnegare se stessi” ma senza dimenticarsi chi sono? Forse allora bisognerebbe aggiungere anche il “con chi”, non credi, Tonino?

Fonte: Superando.it

18/07/2020