La battaglia di Giulia: “Sono in carrozzina ma voglio poter volare come tutti”

La battaglia di Giulia: “Sono in carrozzina ma voglio poter volare come tutti”

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Otto anni fa l’incidente che le ha fatto perdere l’uso delle gambe. Adesso viaggia appena può: «Ancora troppi ostacoli sugli aerei per noi disabili».

TORINO. Da quando non cammina più, Giulia Lamarca vola ogni volta che può. Torinese, 28 anni, psicologa del lavoro (si occupa di inclusione e risorse umane), blogger, ha scoperto la sua passione per i viaggi dopo che otto anni fa ha perso l’uso delle gambe a causa di un incidente in moto. Australia, India, Thailandia, Cina, Indonesia, Giappone: Giulia li ha visitati tutti. E sulla base della sua esperienza ha lanciato una campagna su Instagram,  dirittoalvolo, per aumentare la consapevolezza delle difficoltà (e dei diritti) dei disabili che prendono l’aereo, con un video che è stato visto decine di migliaia di volte.

«Non è una questione di leggi, che ci sono, ma di cultura che ancora manca — spiega —. Chi come me viaggia in carrozzina dovrebbe essere visto come un cliente normale, e invece non è ancora così. A cominciare dai siti di molte compagnie, che quando compri il biglietto non hanno una casella per segnalare che non puoi spostarti autonomamente, e ti costringono a cercare la mail dell’assistenza clienti». I problemi proseguono a bordo: «La maggior parte delle volte sugli aerei, nonostante io avverta sempre, non c’è la carrozzina progettata per muoversi nel corridoio: significa che non posso andare in bagno. La mia non può entrare in cabina e viene messa in stiva: anche questo spesso è un problema, perché la sballottolano qua e là come un bagaglio qualunque, a volte persino la dimenticano. Ma costa seimila euro e soprattutto è le mie gambe: senza non posso scendere a terra».

Ci sono interi Paesi, come la Thailandia, in cui non ha avuto assistenza al volo, né alternative alle scalette per salire a bordo; altri in cui gli intoppi sono venuti da assistenti troppo solerti: «Una volta il ragazzo che mi accompagnava in aeroporto pretendeva di entrare in bagno con me. Siamo matti?» dice. Lei però non si è fatta mai fermare. Con la stessa forza abbatte i pregiudizi sulla disabilità. «A volte le persone disabili si vergognano di far presenti le loro esigenze, io no. Voglio fare delle cose: se devo farmi “male” o scendere a dei compromessi per riuscirci, lo faccio. Ho avuto sempre la consapevolezza del fatto che ho dei diritti: se mi batto così tanto per i disabili, è perché so come è quando non lo sei. Anch’io devo poter viaggiare in maniera sensata, senza dipendere dal buon cuore di chi incontro».

A farglielo capire è stato anche suo marito Andrea, 29 anni. Lo ha conosciuto dopo l’incidente, mentre faceva fisioterapia: era il tirocinante che la seguiva. «Mi ha detto dopo che per lui è stato un colpo di fulmine, io invece ci ho messo un po’ ad aprirmi: dopo l’incidente il mio ex mi aveva lasciata, dovevo accettare che non avrei più camminato, avevo paura». Alla fine ha dovuto arrendersi all’evidenza: si sono sposati nel 2016. È stato Andrea a convincerla a fare il primo viaggio intercontinentale: «Aveva studiato per un periodo in Australia, ha insistito perché ci andassi: così vedi che lì puoi fare tutto, mi ha detto, che non sei tu ad essere sbagliata, ma il mondo che ti circonda».

In questi otto anni ha dovuto imparare anche altro: «Che le ingiustizie esistono e non tutti hanno gli stessi diritti, anche se sulla carta ci sono. Persino studiare è difficile se non hai il parcheggio disabili — chiarisce —. E che non esistono i supereroi: ci sono cose impossibili. Poi però quando capisci i tuoi limiti, sai che tutto il resto lo puoi fare. Io non posso più camminare, ma posso fare sentire la mia voce». E continuare a volare.

Fonte: Corriere della Sera

25/11/2019