L’attivista Iacopo Melio «Anche noi disabili siamo cuore e istinto Basta tabù sessuali»

L’attivista Iacopo Melio «Anche noi disabili siamo cuore e istinto Basta tabù sessuali»

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Il politico toscano chiede che sia sdoganato l’operatore all’emotività «Non si tratta di sex work ma di una figura che educhi a gestire il corpo Stop agli stigmi, una società inclusiva deve riconoscere i diritti di ognuno».

Iacopo Melio, attivista per i diritti umani e civili, consigliere regionale toscano del Pd cerca con atti concreti di dare una svolta. Melio, ha rilanciato l’esigenza di mettere nero su bianco la normativa per mettere a disposizione delle persone disabili l’operatore all’emotività, all’affettività, alla corporeità e alla sessualità.

Per lei è un diritto fondamentale. Perché?
«A dirlo non sono io ma l’Organizzazione mondiale della Sanità, riconoscendolo nel 2001 come un diritto umano universale riguardante la tutela della salute psicofisica: in questo caso, una società realmente inclusiva deve riconoscere l’identità sessuale di ogni persona nel rispetto della libertà individuale e supportare, accompagnare e facilitare i bisogni affettivi per superare lo stigma sessuale associato alla condizione di disabilità».

Insomma, la scoperta del proprio corpo e del proprio piacere.
«È una questione basilare come tante altre, soprattutto quando ci sono limiti fisici e mentali importanti che ne impediscono una corretta gestione e un pieno sviluppo».

La politica dei nostri giorni invece è poco sensibile a questo tema o lo è solo a caccia di voti?
«Non sempre è una questione di voti, certi temi ritornano ciclicamente anche in base alle notizie di cronaca o alle azioni delle attiviste e degli attivisti che si fanno carico di certe istanze. Non credo che sia un problema solo legato alla politica».

Ci spieghi.
«Stiamo parlando di una doppia difficoltà, quella cioè di dover combattere un duplice tabù: quello legato al tema della sessualità, che di per sé in Italia non sempre viene affrontato in modo adeguato e approfondito e quello legato alla sessualità in ambito disabilità tanto che nell’immaginario comune ancora si pensa che le persone con disabilità siano asessuate e non provino alcun impulso fisico, o comunque che non siano in grado di dare e ricevere piacere. Questo è un peso che ci portiamo dietro anche a causa della nostra tradizione cattolica, tendenzialmente moralista e giudicante, o comunque conservatrice: un’ingiustizia se pensiamo che viviamo in uno Stato laico. Ecco perché si tratta soprattutto di una battaglia culturale e di emancipazione ben oltre la disabilità».

Avere diritto ad un operatore del genere cosa rappresenta per un disabile?
«Significa prima di tutto entrare in contatto con se stessi, con il proprio corpo e le proprie emozioni. Significa esplorarsi, crescere, costruire un tassello in più di indipendenza. Significa avere accesso a una vera e propria cura, dal momento che la figura dell’OEAS (operatore all’emotività, affettività e sessualità) non prevede rapporti fisici completi ma vere e proprie terapie relazionali che “educano” la persona con disabilità a gestire il proprio corpo (quando c’è una disabilità fisica importante) o i propri istinti (nei casi di disabilità intellettiva)».

Sgombriamo il campo dagli equivoci.
«Il “sex work” non è qualcosa di sbagliato, se fatto liberamente e con rispetto, ma semplicemente è altro. In tal senso, significa anche evitare di ricorrere alla barbara procedura della medicalizzazione utilizzata per “sopire” ogni impulso».

In altri paesi europei sono più attenti a questo diritto?
«Assolutamente sì, siamo ormai un fanalino di coda su questo punto: Germania, Belgio, Svizzera, Paesi Bassi, Danimarca e Austria hanno già da tempo istituito una figura professionale specializzata nell’educare all’empatia e alla sessualità le persone con disabilità. Non vedo quindi perché non dovremmo farlo noi; anche la sentenza 561/1987 della Corte Costituzionale lo afferma».

L’esercizio di un diritto necessita di organizzazione pubblica, burocrazia da superare, figure professionali da mettere a disposizione, i lovegiver.
«La famiglia e i caregiver giocano un ruolo fondamentale: si deve fare in modo che intorno alla persona con disabilità ci sia un ambiente sereno, senza pregiudizi. E al tempo stesso, l’operatore o l’operatrice Oeas deve essere bravo o brava a entrare in sintonia con chi usufruisce della terapia. È un equilibrio prezioso, ma con la giusta sensibilizzazione e una formazione qualificata di chi esercita questa professione non è certo impossibile da raggiungere: lo vediamo già dai primi corsi attivati in Italia dal comitato “Lovegiver” guidato da Massimiliano Ulivieri e Fabrizio Quattrini».

I benefici, lei lo sottolinea, ci sarebbero sia nell’ambito del benessere psicofisico che emotivo. Tanto difficile da farlo capire?
«È evidente come per buona parte delle persone ci siano sempre “altre priorità” quando si parla di diritto all’affettività e alla sessualità, tendendo a ridicolizzare o banalizzare l’argomento, spesso dando informazioni sbagliate. Bisognerebbe che costoro parlassero con tutte quelle famiglie disperate perché lasciate a loro stesse mentre magari si trovano con un figlio autistico che si tocca mentre è in fila alla cassa del supermercato e non sanno come gestire la situazione perché non ne hanno le competenze né, in un certo senso, il dovere. Spetta alle istituzioni dare una risposta concreta. Ho ricevuto messaggi disumani di genitori costretti a sopperire in prima persona ai bisogni dei figli: una violenza psicologica, oltre che fisica, che non augurerei a nessuno. Chi giudica senza conoscere dovrebbe prima scontrarsi con certe realtà».

Fonte: La Nazione.it

24/01/2023

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